C’era una volta, in un’estate umida come la coscienza di un ex, un tizio che affermava "categoricamente" di non amare i piatti freddi.
E infatti ha smesso di amarmi non appena mi sono fatta trovare lucida, sobria e senza alcuna intenzione di salvarlo dal suo egocentrismo da sagra del tartufo.
Così, quando se n’è andato, ho preparato un gazpacho, il più anarchico dei piatti estivi.
Il gazpacho è l’insurrezione del pomodoro contro il fornello.
Tutti gli altri si sacrificano nel calore della pentola, lui no: rimane crudo, fiero, e ti schiaffeggia con la sua freschezza glaciale. È la rivolta della Spagna contadina contro l’afa, servita in ciotola.
Ha il colore del sangue giovane e il carattere dell’aglio, del cetriolo, del peperone: un’orgia vegetale che si traveste da medicina. Non ti blandisce, ti rigenera a forza.
Accanto a lui, le vellutate francesi sembrano monache tristi. Il gazpacho invece è flamenco: batte i tacchi, alza la voce, ti lascia con il palato in subbuglio e il corpo improvvisamente vivo. Da preferire all'uomo "tiepido" mentre attanagliano i 40 gradi all'ombra: è la vendetta contro la canicola estiva che opprime.