Non aspettatevi una Lonely Planet scritta da Dorothy Parker.
E neppure una guida turistica sobria, imparziale e priva di giudizi.
Non troverete solo recensioni sul "miglior ristorante a km zero" o elenchi di musei da spuntare per giustificare il volo low cost e le stories di Instagram.
Paese che vai... è il viaggio come lo vivo io: valigie sempre troppo piene, aspettative sempre troppo alte.
E un radar infallibile per cocktails giusti, uomini sbagliati e dettagli apparentemente insignificanti che raccontano più di una guida Michelin.
Paese che vai… nasce dalla consapevolezza che il vero viaggio non è mai quello che ti promettono nelle brochure,
ma quello che accade dietro le quinte: le crisi isteriche al check-in, la valigia che si apre mentre sali sul treno,
il cameriere che ti serve con un sorriso così malizioso che ti chiedi se sia un invito o un insulto.
Paese che vai… è un invito a viaggiare senza prendersi troppo sul serio,
a guardare con occhi affilati ma con il cuore sempre pronto a farsi sorprendere.
È per chi ama partire e non sa mai se, alla fine, tornerà davvero.
È per chi, come me, crede che il vero souvenir sia una piccola storia che nessuno potrà mai raccontare meglio di te,
con le parole che sceglierai tu e i sorrisi che ti sei portata dietro.
Ogni Paese ha un suo linguaggio, le sue regole non scritte, i suoi uomini pronti a spezzarti il cuore e i suoi pasticcini pronti a ripararlo.
E questa rubrica lo racconta raccogliendo gli appunti sbilenchi presi su tovaglioli, i segreti da bagni di stazioni ferroviarie,
le piccole verità universali scoperte nei mercatini dell’usato.
Paese che vai... è nella sostanza una cartolina inutile, per ricordare i dettagli più importanti:
i bagagli emotivi che in ogni viaggio, anche il più breve, lasciano un segno che pesa più del trolley.










