In realtà è specchio dell’intera condizione umana nella modernità avanzata, e in una duplice declinazione.
E allora beccatevi questa analisi spicciola. Ma non troppo. Perché, sapevatelo, seppur con grazia, al proposito gli chef di tutto il mondo si scannano.
Già dal punto di vista gastronomico, l’eterna diatriba tra uovo sodo barzotto e uovo sodo duro divide tavole, brunch e famiglie più dell’ananas sulla pizza. Ci sono due vere e proprie scuole di pensiero.
Il tuorlo è morbido, cremoso, colante, avvolgente al palato e all’anima: un invito al pane per fare la scarpetta, un invito a intingolare. più che un ingrediente per l’insalata russa. Diciamocelo, è l’apostolo del compromesso. Non per nulla rappresenta l’ortodossia per chef come Yotam Ottolenghi e Jamie Oliver (quest’ultimo, quando si ricorda di salare l’acqua).
Dal gotha della ristorazione che parla italiano, sguaina la spada Carlo Cracco che eleva l’uovo da semplice bollito a opera d’arte culinaria, gourmandise, e svela il trucco del metodo 5+5: 5 minuti di bollitura interamente ricoperto da acqua e aceto, 5 minuti di riposo in acqua ghiacciata. Il trucchetto serve innanzitutto, grazie all’aceto, a far staccare il guscio senza difficoltà e ad evitare la disdicevole patina grigio-verdastra intorno al tuorlo, per ottenere un albume perfettamente compatto e un tuorlo cremoso e sgocciolante.
L’uovo sodo barzotto è perfetto per il brunch instagrammabile, il ramen giapponese (ajitsuke tamago) e quel toast dei giorni nostri con avocado e senso di colpa. Se ti riconosci nello status sociale dell’intellettuale o del progressista o appunto del brunchista radical chic, allora sì il barzotto è il tuo uovo sodo, ricordandoti che ti guarderà con occhi colpevoli e colerà nel piatto.
Il tuorlo è compatto, giallo-sole, solido come il dogma cattolico; si fa simbolo dell’ordine, dell’efficienza, del meal prep, ovvero il sogno capitalista della donna che lavora, cucina, pesa, incasella, impila e… muore. Perché oggi il vero erotismo non è un uomo che ti porta a cena, ma un Tupperware con quinoa perfettamente porzionata.
E chi sventola la bandiera dell’uovo sodo duro? Nigella Lawson, soprattutto nella necessità imperativa, quasi spasmodica, di decorare qualcosa. E poi ogni nonna dell’Emilia-Romagna, più per ideologia che per preferenza: per loro - nelle cui cucine l’unico liquido tollerato è il lambrusco - il tuorlo deve essere solido come la morale; niente barzotti, niente mezze misure, un uovo o è duro, o è sospetto.
Quindi uovo sodo duro, anzi durissimo, per farcire la pasta al forno, l’insalata che sia di riso o nizzarda, il tramezzino da autogrill o i piatti da banchetto matrimoniale in stile ante 1990 (quello dove non potevano mancare l’insalata russa, il cocktail di gamberi e il vitel tonnè). Il tuo uovo per tutta la vita se sei una persona conservatrice, pratica e risoluta, e soprattutto se sei devota al Tupperware. Attenzione però a quell’alone verdastro in cui condensa il solfuro di ferro: e vabbè che per le nonne emiliane è il marchio di fabbrica che porta il patriarcato gastronomico in odor di santità, ma sa tanto di rimpianti.
L’uovo barzotto è come la persona multitasking post-pandemica: ancora fluida dentro, ma obbligata a tenere la forma. Una struttura emotiva al dente, in continua cottura, mai veramente pronta.
L’uovo duro, invece, è la persona ideale impostata: fredda, compatta, pronta da affettare per gli altri. La persona lavoratrice, madre/padre, amante, amica, ma sempre servita a fettine sottili sul piatto altrui; applaudita solo se "non si rompe mai".
In un’epoca di fluidità identitaria, l’uovo barzotto è gender non-conforming: non è né liquido né solido, è trans-tessitura di consistenze. L’uovo duro è invece rassicurante ma statico: ti sazia ma non ti sorprende.
La vera scelta è dunque tra esperienza sensoriale e controllo del tuorlo. Il tempo della cottura, non è questione da poco. Neanche per la sociologia, per quanto spicciola.
Eva Illouz la definirebbe una forma di emotional capitalism: decidere quanto "cuocerci" in funzione di quello che serve al mercato affettivo. Angela McRobbie sussurrerebbe dal fornello accanto: "Attenti, il controllo sulle uova è solo l’inizio! Poi arrivano a sindacare anche su come sbattete le uova per la frittata della vostra identità." Judith Butler ci ricorderebbe invece che la durezza o la morbidezza sono solo e nient’altro che performance: parafrasando Jessica Rabbit (che delizia questo personaggio di Gary Wolf! Mi è venuta voglia di dedicargli un post!), non siamo persone barzotte o dure, semplicemente ci cuociono così.
In un mood sempre più dilagante per cui tra food porn e sex appeal non c’è più differenza (del resto entrambi ti illudono, ingrassi e resti da sola), l’uovo sodo barzotto e l’uovo sodo duro sono diventati perfette allegorie del fallo smarrito nell’epoca post-patriarcale.
L’uovo sodo barzotto è quel pene confuso, spaesato, teneramente fragile che si affaccia all’intimità con lo stesso entusiasmo di un modem 56k sotto stress. Non è colpa sua, poverino: è cresciuto con "American Pie" e si ritrova in una stanza con una donna che ha letto Audre Lorde e ha un sex-toy multifunzione “acquistato in sicurezza”. Ha bisogno di conferme e pretende ancora l’applauso.
L’uovo sodo duro, invece, è il classico membro tossico-performativo. Sempre in tensione, sempre pronto, sempre convinto di sapere già dove andare. Spesso accompagnato da frasi tipo: "Io ho sempre fatto così" o "le mie ex non si sono mai lamentate". Un pene che non ascolta, non legge, non aggiorna il firmware dal 2002. Un relicto del boom economico: spinge anche quando non serve.
Esiste poi anche una terza specie, quella del bigolo mistificatore. La finta durezza: quella degli uomini che sbandierano il loro "femminismo" come un preservativo biodegradabile, bello da vedere, inutile all’uso. Sono quelli che citano Simone de Beauvoir a letto ma poi si offendono se li guidi tu.
Volendo fare un po’ di sociologia applicata alla cottura dell’uovo sodo, mi viene in mente Raewyn Connell che distingueva tra "maschilità complice" e "maschilità egemonica": ecco, l’uovo barzotto è quella complice che non si ribella mai, sperando che basti "essere gentile" per ricevere amore; l’uovo duro è quella egemonica, che si impone pure nel frigo. Bell Hooks lo avrebbe già sbucciato e fatto a fettine per una lezione sull’intersezione tra privilegio e intimità.
Care donne, care persone, cari corpi desideranti (ma soprattutto care le mie amiche affrante e confuse), giusto per spargere un pizzico di sale ancora: non è importante quanto sia duro un uovo.
È importante cosa se ne faccia e se abbia imparato o meno a stare nel piatto altrui senza colonizzare tutto lo spazio.
E ricordate: l’unico uovo perfetto è quello che si sa adattare alla tua insalata. Il resto… si risbatte in padella. E con una generosa dose di sarcasmo proteico.