"L’uomo moderno cerca disperatamente un riflesso della propria esistenza nell’approvazione degli altri. Ma più si aggrappa al bisogno di essere visto, più si sente invisibile." Potrebbe essere il claim di un post su Tik Tok in questo 2025. E invece lo scrive nel 1979, decenni prima che esistessero i feed, Christopher Lasch in The Culture of Narcissism (nella traduzione italiana La cultura del narcisismo, Bompiani, 1981).
Attenzione! Lasch non usa "narcisismo" in senso clinico freudiano, ma sociologico-culturale. Fa, nella sostanza, una critica alla "società della performance" e della "psicologia dell’Io".
Nel 1979 osserva già come la società contemporanea, fondata sul consumo e sull’individualismo, crei un individuo dipendente dalla conferma esterna, incapace di progettualità a lungo termine e privo di solide relazioni affettive.
Nel 2025 non possiamo che constatare che, non solo ci siamo cascati in pieno, ma non siamo riusciti a mettere in atto nessuna contromisura: iperconnessi ma soli, esposti ma invisibili, performanti ma svuotati. Siamo passati da "persone" a "profili", dall'avere un volto all'avere un filtro, dal chiedere l'amore al chiedere il like. Posto quindi Sono. Oggi gli "occhi" sono gli "algoritmi" e la conferma è l’engagement: l'esistenza diventa una notifica attiva.
In questo sistema - selfie, reels, stories, #aboutlastnight - la visibilità è diventata quantitativa, non qualitativa. Ti vedo, ma non ti guardo. Ti seguo, ma non ti ascolto. Ti metto un cuoricino, ma non ti abbraccio nemmeno col pensiero.
L'esempio più lampante (ed anche il più feroce) della disconnessione esistenziale travestita da socialità è il gruppo WhatsApp di famiglia: 100 messaggi al giorno, ma nessuno ti chiama da un anno; sei taggata/o su tutto, ma nessuno sa come stai.
Come dice Lasch, il guaio è sociale, non mentale.
La tecnologia ci garantisce like e chat 24/7. Eppure uno studio su piattaforme multiple rivela che maggiore connessione digitale si associa a più ansia e sintomi depressivi. E benché lo scopo dei social sia quello di rimanere in contatto, è risultato evidente il legame tra tempo speso sui social e maggiore senso di solitudine.
Questa "alienazione esistenziale" va oltre la solitudine sociale e si configura come vera e propria "separazione profonda" dagli altri e dal mondo. In Italia, si parla di "distrazione digitale" (espressione mutuata dal concetto "economia dell'attenzione" coniato dal Premio Nobel Herbert A. Simon per descrivere come l'abbondanza di informazioni digitali finisca per limitare l'attenzione umana) e delle possibili ripercussioni sul benessere psicofisico.
Una nuova forma di "anestesia sociale". Non serve più l’oppio dei popoli: basta una notifica. È quel fenomeno per cui scrolli, clicchi, apri link irrilevanti mentre ti illudi di "connetterti" e di "informarti". In realtà sei nella trappola di un luna park di stimoli che ti impediscono di essere presente.
Sociologicamente parlando, è l’effetto collaterale di due ingredienti: "iperconnessione" (sei sempre raggiungibile) e, appunto, "economia dell’attenzione" (ogni click vale soldi). Risultato: il cervello diventa una sala d’attesa affollata in cui ogni contenuto urla GUARDAMI!, ma tu non guardi più niente davvero.
Praticamente è quando ti riprometti di leggere un articolo serio e dieci minuti dopo ti ritrovi a guardare un reel su come addestrare il criceto a ballare la salsa e il merengue.
L'indebolimento del senso di comunità e appartenenza, l'isolamento prolungato, l'iperconnessione e la distrazione digitale concorrono a reazioni distopiche: "vetrinizzazione" e FOMO sono fenomeni psicologici da Social, spesso legati l'uno all'altro in modalità "cane che si morde la coda".
La vetrinizzazione sociale si configura quando l'identità personale diventa "merce da esporre": si esibisce e si spettacolarizza la propria vita. L'esperienza è sostituita dall'esposizione. Ogni gesto, ogni viaggio, ogni colazione diventa un prodotto da mettere in mostra. La vita, ridotta a catalogo Ikea: ordinata, patinata, irreale.
La FOMO (Fear Of Missing Out) è la paura di essere tagliati fuori da esperienze gratificanti che gli altri vivono. La benzina dei Social: ti costringe a scorrere compulsivamente feed che non ti interessano, a mettere like a gente che non vedi da anni, a immaginare che dietro a ogni foto perfetta ci sia una vita perfetta.
Si alimentano a vicenda: la prima crea un contesto in cui le persone confrontano costantemente le proprie vite con quelle altrui esibite online, intensificando la FOMO come bisogno di appartenenza e spingendo a un controllo compulsivo dei social media. Un mix letale tra, da una parte, il malessere da contemplazione passiva e invidia dell'altro, dall'altra, il piacere e la rivalsa della condivisione di sé.
Il risultato? Una società di manichini con Wi-Fi. Persone che sorridono solo quando c’è una fotocamera, che fanno attività solo se può diventare contenuto, che misurano la felicità in visualizzazioni.
In fondo, la vera tragedia non è perdersi qualcosa, ma perdersi nella vetrina: vivere la vita come fosse una campagna pubblicitaria di se stessi, affannarsi per essere poster luminosi.
Pausa Social Come suggerisce uno studio, limitarsi a 30 minuti di social al giorno può migliorare il benessere
Uso attivo dei Social Commentare, scrivere, interagire ha effetto positivo; scrollare no
Digital detox periodico Ricerche suggeriscono che pause dal digitale aiutano a ricollegarsi davvero con sé e gli altri
Consapevolezza emotiva Auto-monitorare FOMO, ansia e senso di isolamento (identificarli è già un passo verso la connessione autentica)
Che brutto che è questo mondo che cerchiamo di costruire. Tutti scintillanti, tutti felici, tutti con i filtri giusti: peccato che dietro le lucine ci sia spesso solo polvere.
Se la felicità ha bisogno di essere postata, forse non lo è davvero.
Io un consiglio ce l’avrei: spegnete i telefoni, accendete i neuroni. Non vi seguiranno in tanti, ma almeno sarete voi a guidare.