Viva la Bicicletta! L’arte di andare avanti (e cadere) resistendo

Pedalare è un gesto politico minimo. Non salva il mondo, non rende migliore l’umanità. Ma serve a tenere insieme il corpo e la testa.

Il potere dell'allenamento

Non sono una sportiva, e diciamolo subito e a chiare lettere perché non si fraitenda l'uso che faccio della bicicletta.
Il pensiero di partenza è questo. Sì, esiste quella che cosa che si chiama "talento", quell'attitudine che rende specialissime alcune persone, ma io, che di attitudini specialissime non me ne riconosco, credo al talento come si crede alle comete: cose belle, rare e del tutto inutili per orientarsi nella vita quotidiana.
All'opposto credo nell'allenamento: parola poco seducente che richiama una teoria infinita di ripetizioni, noie e piccoli miglioramenti che nessuno nota. Ma proprio per questo funziona.
Ecco, la bicicletta è il mio allenamento. Ma allenarsi non significa diventare bravi. Significa diventare resistenti. Al tempo, alla fatica, all’idea di mollare quando l’entusiasmo finisce. Perché finisce sempre. E l’allenamento inizia esattamente lì.
E in bicicletta l’allenamento è evidente: un giorno una salita sembra impossibile, qualche settimana dopo è solo fastidiosa. Non perché la salita sia cambiata, ma perché siamo cambiati noi. Questa dinamica mi rassicura: il mondo resta ostile, ma ho imparato a starci dentro meglio.

L’allenamento ha quindi un potere silenzioso: quello che prima sembrava insormontabile diventa gestibile. Non facile, gestibile. Che è una parola adulta, e a me piace tenere in grande considerazione le parole adulte.
Senza trascurare che, nell'allenamento, smettiamo di trattarci come un'eccezione e impariamo a ridimensionare l'ego.
Il corpo impara, la testa segue. O viceversa. Non importa. Quello che conta è che la ripetizione costruisce una base su cui puoi stare in piedi anche nei giorni storti. Senza eroismi, senza narrazioni motivazionali.
Il potere dell’allenamento sta tutto qui: non rende invincibili, non evita le cadute, ma fa sì che, quando si cade, ci si possa rimettere in piedi.
Quindi: non sono una sportiva, ma mi alleno alla vita, tra l'altro, pedalando.

Il senso dell'equilibrio e della misura

Ti accomodi sul sellino ed è chiaro che il personale concetto di "stabilità" debba essere rivisitato: perde sostanzialmente di soggettività e diventa una questione oggettiva.
La bicicletta ti insegna da subito che l’equilibrio è una cosa temporanea, che esiste solo finché continui a muoverti. Appena ti fermi, cede tutto. Corpo, pensieri, convinzioni. La bicicletta diventa così una metafora onesta: stare in piedi è un effetto collaterale del movimento.
Dalla bicicletta, anche la presenza nel mondo, la cosiddetta "vita" si manifesta per quello che è: una sequenza di salite e discese, talvolta senza un disegno evidente. Le salite non arrivano perché hai sbagliato, arrivano e basta. E non servono grandi strategie: servono gambe, fiato e una certa disponibilità alla fatica. Ho imparato, a mie spese, che in salita non si deve mai provare a combattere: resistere, bisogna solo resistere. Si accetta il ritmo lento, si ridimensionano le ambizioni, si va avanti metro dopo metro. Anche le discese non sono da meno: sono ambigue, sembrano una ricompensa, ma non lo sono. In discesa capisci che non tutto ciò che va veloce ti porta lontano, e che frenare non è un fallimento, ma una forma di intelligenza. E diciamolo, la frenata coincide a volte con quel nano-secondo che ti salva la vita.

In soldoni, la bicicletta educa alla misura. Non puoi accelerare all’infinito, non puoi risparmiarti del tutto.
Ti chiede presenza. Ti chiede di sentire il peso del corpo, il rapporto con la strada, la risposta delle gambe. Ogni cosa è concreta. Non c’è spazio per l’astratto quando stai pedalando: o ci sei, o no.

Dallo spostamento della prospettiva alla pratica della resistenza

Quando vado in bicicletta, non mi percepisco "sopra" il mondo, neppure "fuori" dal mondo: mi sento "dentro". Amo la bicicletta perché non mi separa dal mondo. Non c’è vetro, non c’è isolamento. Pioggia, vento, sole: tutto arriva. È un patto diretto con la strada. Se vuoi scappare, non è il mezzo giusto. Se vuoi percorrerla, sì.
La velocità giusta mi permette di vedere quello che altrimenti scivolerebbe via. Il paesaggio non è mai sfondo o attributo, è un soggetto. L’aria ha una densità, la luce un’ora precisa, il vento una direzione che conta. Pedalare significa immergersi, non sorvolare.
E poi c’è il paesaggio che cambia mentre io resto la stessa. Le stagioni, le strade, le luci. La bicicletta attraversa tutto senza pretendere di dominare nulla. La bicicletta non impone, accompagna. Non protegge, ma espone. E nell’esposizione, a volte, che si trova una forma inattesa di equilibrio.

C’è poi la resistenza lunga, quella che non si nota: una resistenza silenziosa. Non quella degli strappi eroici, ma quella dei tragitti quotidiani. Nessuno applaude. Ma ogni metro conquistato è tuo. La bicicletta non ti spinge, non ti sostiene: ti chiede continuità. E la continuità vale più dell’entusiasmo, più della forza: è ciò che tiene insieme le cose. La bicicletta insegna che non serve vincere ogni giorno: serve tornare in strada. Anche stanchi, anche poco convinti.
Pedalare è anche imparare a perdere tempo nel modo giusto. Non si è mai completamente in ritardo, né completamente in anticipo. Si è in movimento, e questo basta. La bicicletta riduce l’ansia della meta e restituisce dignità al percorso. Arrivare non è l’unico risultato possibile.
Non è libertà, parola troppo grande. È resistenza praticata, giorno dopo giorno. È accettare che la vita non sia comoda, ma percorribile. E che finché pedali, anche piano, non sei ferma.

In fondo, per me, la bicicletta è questo: un modo per stare nella vita senza fingere leggerezza, per andare avanti senza illudersi di controllare tutto, per capire che non sempre serve arrivare ma basta continuare, andare avanti.
E se cado, pazienza. La bicicletta non si offende. Aspetta che io risalga in sella.