Quando non arrivavo a un metro di altezza, gli zii mi hanno portata in una "campagna vera" dove razzolavano, tra l'altro, le capre dispettose, le pecore pavide e gli agnelli tenerelli. Nella "campagna vera" gli ovini adulti si tosavano per recuperare imbottitura per materassi. Nella "campagna vera" i cuccioli degli ovini si sgozzavano e si appendevano al gancio per farli dissanguare. Non bastava che qualcuno ti mettesse la mano sugli occhi, il tuo cuore si era già fermato. Ma è la vita, e la vita contempla la morte. In quel momento lì, l'olfatto ha concesso un diversivo alla mente: la zaffata nera e metallica del sangue che si mescola al tanfo dello stallatico; e poi all'odore pungente della ricotta salata e del caciocavallo messi a stagionare; e poi ancora al profumo pervasivo delle uve pestate con i piedi nel tino, del mosto lasciato a fermentare e del vino "fatto in casa".
Senza saperlo, il mio amore per il vino è iniziato così: profumo di vita tra zaffate di morte. E ripensando all'avvicendarsi dei miei giorni terrestri, ogni momento importante è sempre attraversato da amore, romanticismo, dolore, gioia e ... Vino.
Non sono un'ubriacona. Semplicemente, intrattengo una relazione amorosa con il vino. Non è solo un bicchiere da mandar giù, è una memoria liquida, il respiro della natura: il Vino àncora alla terra attraverso le radici della vite; nutre di sole il grappolo tra i filari; allevia l'affanno delle mani messe a dura prova; tiene compagnia nei silenzi dell'attesa in cantina; gratifica e premia con il primo sorso. È il rito antico che trasforma un piccolo frutto in ebbrezza.
Sensazione pura: velluto che scivola sulla lingua, calore che si accende nelle vene, lucidità che si perde e si ritrova nello stesso istante. È il rosso che avvolge, il bianco che affetta, il rosé che gioca, le bollicine che ingannano. È l'amante ancestrale: complice nelle risate, testimone nelle confessioni, giudice implacabile nei giorni storti. Il Vino resta quando si smontano posture e messe in scena.
Sì, semina poesia nei cuori. Con parsimonia però: eccedere equivale a disseminare gaffe memorabili. Perché il Vino ha la cattiva abitudine di travestirsi da gentiluomo: entra nel bicchiere con eleganza, ammalia con profumi di fiori e di frutta, ubriaca di promesse. Poi, a poco a poco, diventa invadente. Ti spinge a dire quello che avevi giurato di tenere per te, a scrivere messaggi che avresti dovuto lasciare in bozza, a dichiararti come un poeta in saldo. Inutile negarlo, il Vino è il siero della verità: al secondo calice, anche il più timido dei mortali si scopre capace di recitare versi con una passione che nemmeno Shakespeare. Peccato che la mattina dopo quelle “poesie” abbiano il sapore di errori di ortografia e il peso di un hangover morale. Eppure, continuo ad amarlo: il Vino fa emergere la parte più sincera di noi. Le fragilità, le ironie, gli slanci disperati. Ci mette a nudo con la delicatezza di un bulldozer, ma almeno lo fa senza menzogne. La poesia non mente.
Il Vino per me dve essere monovitigno. E non è un caso. Perché un blend sarà pure più raffinato, ma è un compromesso, un matrimonio combinato tra uve che devono trovare un equilibrio. Bello, sì, ma quanta diplomazia!. Io non pratico la diplomazia. Pretendo carattere, sincerità, chiarezza; niente filtri né maschere. I monovitigni hanno un’identità precisa: o li prendi così come sono, o non li prendi affatto.
Ho la mia personale classifica. Non vi dirò di tannini, acidità o terroir. Parlerò di uomini come bottiglie e il mio preferito sarà sempre quello che "brucia" di più.
Il Rosso. Strutturato, profondo, corposo, drammatico; il rosso morde. Ha un'aura nobile, l'ossatura di storie antiche. È l’amante maturo che sa aspettare, che ti macchia il cuore (e la camicetta). Passione pura, indelebile.
Al 3° posto il Pinot Nero: il più aristocratico, di un'eleganza sobria e un po' snob. Ti avvolge col sentore di frutti rossi maturi e corteccia, ti cattura coi riflessi color granato. È l’uomo intellettuale: ti fa sentire speciale, ma pretende che tu stia al passo con i suoi capricci.
Al 2° posto il Syrah: il tenebroso mediterraneo. Scuro, speziato, potente, ti entra in bocca come una promessa di peccato: mora, liquirizia, cioccolato. È l'uomo che ti guarda negli occhi e non abbassa mai lo sguardo. Troppo.
Al 1° posto il Primitivo: il re della carnalità, ancora più intenso all'olfatto con quelle note di tabacco, caffè e vaniglia. È l'uomo che ti bacia senza chiedere permesso, che ti fa ridere ad alta voce e che ti fa dimenticare chi sei per un attimo. È quello che resta nei ricordi.
Il Bianco. Fresco e leggermente acidulo, spietato e affilato come succo di limone. È il colpo di fulmine estivo: ti piace da impazzire al primo sguardo, ma svanisce all’alba come se niente fosse (e continui a chiederti perché? come? cosa? chi?).
Al 3° posto il Fiano: il gentiluomo del Sud che profuma di fiori bianchi, frutta secca e agrumi. Ha quell’aria lì, un po' blasonata, che lo rende irresistibile ma distaccato. È l'uomo che corteggia con classe, ma non riesce a smettere di specchiarsi nel bicchiere.
Al 2° posto il Riesling: il nordico travestito da montanaro. Acido, minerale, sottile, tagliente: ti attraversa. Scuote le nari con un mix di mela, pompelmo e ginestra. È l’uomo che non ti lascia dormire, che ti tiene sveglia con i suoi lampi di freschezza. A volte troppo cerebrale.
Al 1° posto il Catarratto: è il trionfo mediterraneo, solare, generoso. La sua apparente semplicità nasconde profondità da esplorare: profumo intenso di pesca, pompelmo, fiori di sambuco. È l’uomo che ti prende per mano e ti porta a ballare scalza in una piazza d’estate.
Il Rosato. Civettuolo, ambiguo, leggero: nella maggior parte dei casi, la non incisività lo rende perfetto per i reel su Instagram. È l'adolescenza in bottiglia, l’eterno bamboccione che non vuole crescere, ma ti strappa sempre un sorriso. Almeno quello.
Al 3° posto il Rosé di Pinot Grigio: delicato, pallido, quasi trasparente. Sembra innocente, ma ti frega con quelle note di acacia che affiorano con prepotenza. È il flirt da aperitivo, quello che ti promette freschezza e poi ti lascia con la voglia di qualcosa di più.
Al 2° posto il Rosé di Nerello Mascalese: vulcanico, intenso, il carattere ruvido dell’Etna esaltato in sottofondo dal profumo del glicine e della susina. È il tipo che ti porta in motorino dovendo abbordare una teoria infinita di pericolosi tornanti. E tu ci sali lo stesso.
Al 1° posto il Rosé di Negroamaro: passionale, voluttuoso. È un florilegio di sensazioni in crescendo: all'inizio fragoline di bosco, ribes e lamponi; poi fiori di pesco e sentori salini; infine frutta gialla e agrumi. È il partner che non fa il timido: mantiene la freschezza dei Rosati, ha il cuore scuro del Rossi. Ma con coraggio, senza compromessi.
Le Bollicine. Seduzione glamour ma, ahimé, last minute. È la risata leggera che sale in testa, la notte che non volevi e che invece diventa ... meglio lasciar perdere, il più delle volte non vale la pena ricordare.
Il Vino è anche il compagno nei momenti in cui mi concedo il lusso di restare con me stessa.
Se contemplo il tramonto: il sole scompare oltre la linea del mare, io resto, e il bicchiere diventa lo specchio di un pensiero che non devo spiegare.
Se leggo un libro: gli occhi scorrono sulle pagine e io mi perdo tra le righe fino a trasformare quella trama nella mia confessione più segreta.
Se ascolto la musica: ogni sorso è un assolo jazz.
Non c'è commento, non c'è giudizio. Nella solitudine che scegli, c'è solo il silenzio della complicità con se stessi.