Proprio così! Amo i fiori, ma intrattengo con gli stessi una relazione che, di sentimentale, non ha nulla. Direi piuttosto che si tratta di una relazione dialettica, a tratti polemica e pure pregna di sospetto. Non scherzo: troppa bellezza concentrata in un arco di tempo davvero striminzito, statisticamente è una fregatura. Li osservo come si osservano certe persone affascinanti: con interesse, ma senza consegnare subito le chiavi di casa.
Per questa ragione scelgo di non coltivarli con dedizione monastica: annaffio giusto in emergenza, me ne dimentico ogni volta che posso. Così come scelgo di non fotografarli controluce per manifesta sensibilità e, soprattutto, di non si commuovermi al cospetto dei loro petali come fossero prove dell’esistenza di un qualche sommo Bene. Credo di aver superato quell’età lì e pure quel tipo di ingenuità.
I fiori si offrono come simboli di purezza, rinascita, speranza. E poi appassiscono senza alcun senso del pudore. Ti guardano mentre muoiono, lentamente, e non chiedono scusa. E in questo li trovo educativi.
Diffido dei bouquet importanti: troppa regia, troppa intenzione.
Un fiore solo, invece, ha una sua dignità asciutta. Sta lì come una frase detta senza avverbi. Se è bello, bene. Se è storto, ancora meglio.
Amo soprattutto i fiori "fuori contesto": quelli che crescono tra le crepe dell’asfalto, quelli dimenticati nei vasi degli uffici pubblici, quelli che nessuno annaffia ma resistono per abitudine.
I fiori troppo curati mi mettono a disagio: sanno di ricatto emotivo, come certi sorrisi.
Ricevere fiori? Sì, ma con cautela.
Se arrivano come gesto riparatore, meglio di no: il fiore non deve coprire niente, semmai indicarlo. Detesto l’uso consolatorio dei fiori. I fiori messi lì per addolcire, per riparare, per compensare. Il fiore non è un cerotto emotivo. Se lo usi così, lo stai offendendo. E se me lo doni così, stai offendendo anche me. Se arrivano senza motivo, allora funzionano. Perché il fiore non deve spiegare.
Smettiamola di idealizzare i fiori. Non bisogna usarli per dire quello che non si vuole dire a parole. Non sono un messaggio, sono un fatto. Se arrivano, se resistono, bene. Altrimenti pazienza, e peggio per chi sperava in altro. Non credo nella manutenzione forzata della bellezza. Ciò che vive solo grazie a troppe attenzioni, per me, è già mezzo morto.
Un fiore in una stanza non migliora l’umore: cambia la temperatura morale. Ricorda che tutto è temporaneo, che nulla è pensato per durare, e che insistere oltre il punto giusto è una forma di cattivo gusto.
I fiori non sono gentili, sono urgenti. Crescono, esplodono, occupano spazio, attirano attenzione e poi se ne vanno. Nessun progetto a lungo termine, nessuna promessa mantenuta o da mantenere. In questo senso sono più onesti di gran parte dell’umanità.
Non sono mai "romantici", sono temporanei. Ed è per questo che funzionano e che mi piacciono: fanno il loro lavoro e poi spariscono. Nessuna pretesa di durata, nessuna richiesta di memoria eterna. Fioriscono, decadono, finiscono in un bicchiere d’acqua torbida o direttamente nel cestino. Una lezione di stile che pochi esseri umani hanno davvero imparato.
Anzi, mi piacciono di più soprattutto quando iniziano a cedere. Quando perdono la posa, quando il gambo si inclina, quando i petali smettono di collaborare. È lì che diventano interessanti: se appena sbocciati sono estetica, quando iniziano a sfiorire diventano esperienza.
Li uso come strumento di misura. Del tempo. Dell’eccesso. Della fine delle cose.
Ogni fiore insegna quando fermarsi, quando godere, quando lasciar perdere. Insegna che non tutto va salvato, e che non tutto ciò che muore è un fallimento.
Ed io li amo non perché siano belli, ma perché non chiedono di essere capiti, e non si offendono se non li rimpiangi troppo a lungo. E se domani non ci sono più, non fanno scenate: hanno già fatto tutto quello che dovevano fare.
"Preferito" è una parola grossa quando si parla di fiori. Sceglierne uno significherebbe credere alle gerarchie del sentimento, alle liste "top five". Preferisco il caso botanico, l’incontro occasionale, il fiore visto di sfuggita.
Ma è anche vero che una "lista" esiste: una selezione non per grazia, né per coerenza simbolica. Ma perché mi è parso che mi assomigliassero nei momenti meno difendibili.
Le Peonie, per esempio. Alterissime. Convintissime. Occupano spazio come fosse un diritto acquisito. Quando fioriscono sembrano dire: "Sono qui, fatevene una ragione". Le stimo per questo. Non chiedono permesso, non temono l’eccesso, e soprattutto non fingono modestia. Se devono essere troppo, lo sono fino in fondo. E poi crollano. Con stile.
Poi ci sono i Papaveri, quelli sgarrupati, mai quelli da cartolina. I papaveri spiegazzati dal vento, con il gambo sottile che non promette stabilità. Rossi come una decisione presa di fretta. Durano poco, è vero, ma non fanno finta di essere eterni. Li amo perché non costruiscono futuro, stanno nel presente e basta. Un presente fragile, esposto, bellissimo proprio perché non difendibile.
Gli Anemoni: instabili, nervosi, poco collaborativi. I fiori che sembrano sempre sul punto di andarsene. Li riconosco subito: non reggono la messinscena, non tollerano l’aria viziata. Se restano, è perché ne vale la pena. Se no, spariscono. Nessuna spiegazione.
Verso i Ranuncoli fingo distacco, ma mento. Sono eccessivi, pieni, stratificati: una piccola contraddizione ambulante. Sembrano costruiti da qualcuno che non ha saputo fermarsi in tempo. Una lezione preziosa: a volte l’eccesso è solo sincerità mal gestita.
I Ciclamini selvatici - non quelli da vivaio, lucidati e pettinati - quelli minuscoli che crescono storti, nei boschi o sotto i muri. Sono fiori intelligenti: sanno quando comparire, quando sparire, non occupano spazio che non gli spetta. Cosa che io non riesco a fare. Sono lo specchio del mio più grande limite, i fiori che sceglierei se fossi costretta a rappresentarmi senza parole.
Le Calle sono un’altra faccenda. Qui entra in gioco la forma. La linea. Il silenzio. Non hanno bisogno di ornamenti: sono un gesto unico, netto, quasi architettonico. Non cercano simpatia. Piacciono o infastidiscono, senza vie di mezzo. Un grande pregio morale.
E poi... poi ci sono le Rose. Le porto addosso persino nel nome, ma non per vanità. Per consapevolezza. La rosa è un fiore complicato, contraddittorio, abusato. È stato detto tutto su di lei, spesso male. È diventata simbolo di cose che non ha mai promesso: amore eterno, purezza, redenzione. Eppure resta. Spina inclusa. Le amo, esattamente come amo me stessa: nonostante tutto. Non quelle perfette, non quelle da vetrina. Le rose vere: un po' storte, un po' eccessive, con petali che iniziano a cedere mentre ancora tengono la scena. Le rose che sanno di essere state fraintese e non fanno nulla per correggere l’equivoco. Perché la verità è semplice, anche se non elegante: la rosa è un fiore difficile. Bella, sì, ma non mansueta. Delicata, certo, ma corazzata.
Sì, credo che questi siano i "miei" fiori: fanno tanto rumore, si eclissano velocemente, lasciano traccia. Il resto è botanica da salotto.