Tra multitasking e burnout, l’economia invisibile delle donne

Nella narrativa pop-femminista da post su Instagram, la donna che fa tutto è potente, cool, manager di se stessa. Nella realtà, è esaurita, insonne e piena di sensi di colpa.

Il PIL parallelo fondato sul tempo mentale

In questo luogo immaginario, il carico emotivo e le energie impiegate per far funzionare il mondo senza che nessuno se ne accorga sono tali che le donne dominerebbero i mercati globali. Ma siccome questo luogo non esiste, le donne restano in cima solo alle classifiche dello stress.

Un tempo c’era la casalinga, la madre di famiglia, la custode delle mura domestiche, l’angelo del focolare.
Oggi c’è la madre nonché logopedista del figlio, la moglie nonché responsabile risorse umane del marito, la nuora nonché badante della suocera, l’amica nonché psicoterapeuta delle amiche; tutto senza busta paga. Oltre ad essere manager, o operaia, o insegnante, o commessa, o imprenditrice o ... in questo caso con busta paga regolare, non sempre adeguata, ma anche in nero.

E poi arrivano i weekend. Che non sono un tempo di riposo, ma un grande evento logistico-emotivo da gestire con la grazia di una wedding planner depressa.

Il secolo scorso, quando si faceva le casalinghe, ci è stato detto che bisognava che uscissimo nel mondo: per realizzarci, per fare carriera. E lo abbiamo fatto! Non ci avevano detto che, in ogni caso, si sarebbe rimaste a fare anche la casalinga, la madre di famiglia, la custode delle mura domestiche, l’angelo del focolare. Insomma che in capo a noi sarebbe rimasta l’economia della cura.

Ma tu sei multitasking!

Che tenera espressione. È la modalità contemporanea per dire "stai facendo il lavoro di quattro persone, ma senza pensione né riconoscimento sociale".
La donna multitasking è la versione femminile del clown triste: sorride mentre carica la lavastoviglie con un CV in tasca e l’endometriosi in agguato.

Sorride sì, perché pensa che quella sbandierata uguaglianza, quella svolta sociologica, sarebbero arrivate con la possibilità di lavorare. Ecco, lavoriamo, e anche troppo.
Ma l’unica cosa che abbiamo guadagnato, spesso, è una doppia stanchezza e la possibilità di ricevere una notifica da Google Meet mentre stiriamo le mutande.

Le donne che lavorano fuori casa rientrano per affrontare una seconda giornata: domestica, relazionale, invisibile. Aggiungici le notifiche, la gestione del gruppo WhatsApp della classe, la call con la mamma, e il tempo per "te stessa" che coincide con quei 12 minuti rubati mentre il sugo sobolle e il bambino guarda YouTube Kids.

Spiega Silvia Federici (Il punto zero, 2020) che il lavoro domestico e di cura è ciò che sostiene l’intero sistema capitalistico: nutre, ripara, rigenera la forza lavoro. Solo che non è retribuito. Anzi: è naturalizzato, cioè presentato come vocazione, istinto, talento femminile.

Nancy Fraser (Capitalismo Cannibale, 2023) lo definisce contratto sessuale implicito nel capitalismo: tu, donna, puoi lavorare e partecipare alla società... ma solo se nel frattempo ti occupi di tutto il resto. Un po’ come dire: puoi salire sul palco, ma portati dietro la scopa e pulisci dopo.

La narrativa pop-femminista

Nel frattempo si moltiplicano campagne sulla self-care, sulle donne che devono "amarsi", "darsi valore", "fare spazio per sé", "mettere confini".
Cosa bellissima, per carità! Tra un cataplasma al cetriolo dal diario della bisnonna, una maschera coreana al collagene e una tisana giapponese al matcha, la campagna sulla sef-care è presto declinata in campagna skin-care: non è solo pelle liscia, vanità, vizio, lusso; è difesa, resistenza quotidiana, logistica rivoluzionaria, addirittura sabotaggio del patriarcato.

"Il personale è politico" era la scritta che campeggiava sui graffiti delle proto-femministe: si rivolterebbero nella tomba sapendo che take care of yourself è diventato metti la sheet mask e posta un selfie, un concetto sicuramente più instagrammabile, ma che palesa come la self-care da atto politico sia diventato un atto cosmetico, un'altra trappola del mercato.

Immagino Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elivira Banotti (le donne che fondarono nel 1970 la rivista Rivolta femminile) urlare, occhi strabuzzati, "Compagne, non volevamo liberarvi i pori, volevamo liberarvi la vita!”. Il patriarcato se la cava sempre, basta un packaging glitterato e la ribellione si trasforma in routine da Sephora.

E rimane il fatto che per "amarsi", "darsi valore", "fare spazio per sé", "mettere confini", le donne debbano prima svuotare tre lavatrici e due agende altrui.

Nella narrativa pop-femminista da post su Instagram, la donna che fa tutto è potente, cool, manager di se stessa.
Nella realtà, è esaurita, insonne, e piena di sensi di colpa perché non è riuscita a rispondere a quella mail delle 22:17.

In conclusione

Questo non è empowerment. È la versione aggiornata (ed edulcorata) del sacrificio femminile, ma con lo smartwatch al polso e la moka pronta alle 5:30.
C’è chi parla di "economia circolare". Io preferisco parlare di "economia della spirale": la donna gira su se stessa tra lavoro, cura e prestazione sociale, finché sviene. Ma con eleganza. Sì, multitasking e in burnout, ma con eleganza.
Per fondale, una società che si regge sulle spalle femminili, mentre chiede alle stesse spalle di rimanere toniche, epilate e disponibili.