Se scegli di fare , sappi che stai praticando il peggio del peggio: snobismo alimentare consapevole, cinismo elegante, autoironia velenosa ma chic.
Partiamo da lui, il protagonista, il cavolo piuma, ovvero una stratosferica operazione di marketing: un vegetale diventato fighissimo, ricercatissimo ... praticamente una "moda".
Rasserenati e pure veloce-veloce: non pensarlo come una moda, è una pianta - direbbero a Roma, vecchia come er cucco - che è stata ribattezzata. Il suo nome scientifico è Brassica oleracea della varietà Acephala (letteralmente senza testa, cioè non forma il classico cespo come il cavolfiore o il broccolo, ma sviluppa foglie attaccate a un fusto centrale).
È una pianta biennale, rustica, resistente al freddo, tipica delle coltivazioni antiche europee: niente di più e niente di meno che una pianta di cavolo o ... un cavolo di pianta! Un cavolo e, perdipiù, acefalo.
Quanto al suo nome commerciale ... beh! anche in questo caso è presto svelato l'arcano. In origine, nello Stivale e soprattutto nel centro-nord, si trovava sui banchi del fruttarolo come "cavolo riccio": le foglie sono bollose, frastagliate, arricciate; "riccio" quindi per descriverne la struttura fisica, non le qualità poetiche. Anche perché, da un acefalo, sarebbe stolto attendersi poesia.
Poi i fruttaroli sono diventati gioiellieri della frutta e verdura, e il "cavolo riccio" ha iniziato ad adagiarsi più nobilmente nelle ceste come "cavolo piuma": una strategia lessicale che addolcisce e allegerisce un vegetale che, altrimenti, sembrerebbe punitivo tanto è coriaceo.
Negli ambienti praticati dagli influencer in lino grezzo, tra una seduta di yoga e un sorso di smoothies verdi, il "cavolo riccio" diventa invece "kale", in una declinazione molto snob ma che non ha niente a che vedere - diversamente da quanto pensi la maggior parte - con lo slang americano: deriva da lingue antiche nord-europee (lo scozzese "kail" e il norreno-germanico "kale" o "cole"). Quindi, quando senti "kale", non strabuzzare gli occhi di giubilo per l'avvento di un superfood o dell'ultimo miracoloso detox: è un cavolo, semplicemente un cavolo.
La scelta lessicale - tienilo sempre a mente! - non è mai innocua: "cavolo riccio" suona troppo povero, rurale; "cavolo piuma" rinforza il gradiente dell'edibilità; "kale" connota il carattere internazionale e aspirazionale.
Ma oltre ogni marketing linguistico e ogni riposizionamento nutrizionale, questa varietà di cavolo è ricca di fibre, vitamina C, vitamina K e antiossidanti (glucosinolati): le stesse proprietà che aveva quando nessuno se lo filava. Non è diventato migliore, è solo cambiato il racconto che gli abbiamo costruito intorno.
A me piace chiamarlo "cavolo piuma": lo rispolvero come base per un'insalata che fa da piatto unico quando devo star leggera.
O in un'occasione precisa di convivio. Quella in cui le mie amiche, con l’entusiasmo di chi ha già sbagliato almeno tre volte nel presentarmi un papabile fidanzato, dicono: "Dai, questa è la volta buona!". E io annuisco, apparecchio bene e scelgo il piatto giusto: l'Insalata di Cavolo piuma con la Vinaigrette all'Arancia. Ho studiato antropologia prima di studiare gli uomini, riconosco subito i segnali. Le cene, molto spesso, sono dei banchi di prova: non per sedurre, ma per valutare.
Se lui chiede "Ma è kale?", sorrido e prendo nota. Se insiste dicendo "Ah sì, lo mangio sempre", so che mente ovvero che è incline alla menzogna. Se storce il naso e si rimpinza di pane, la diagnosi è immediata. Perché il cavolo piuma come piatto unico è una trappola gentile: non riempie, rivela.
Chi è acefalo non resiste a lungo davanti a una foglia che richiede masticazione, silenzio e un minimo di complessità.
Chi invece regge, mangia, ascolta e non cerca una bistecca immaginaria, forse - e sottolineo forse - merita un secondo incontro.
Ad ogni modo, non mi illudo mai: se l’uomo davanti a me non ha testa, almeno la pietanza scelta per la serata è coerente.