Diciamocelo! Certe notti si va in bianco. Pazienza. L’importante è avere sempre l’autostima in congelatore, pronta all’uso, e "qualcosa di dolce". E se questo "qualcosa" è il biancomangiare .....
Perché "andare in bianco" è vuoto, silenzio, notte persa; "biancomangiare" è pienezza, zucchero, latte e mandorla che ti fanno dimenticare la carne mancata.
A beneficio dei puristi della lingua e dei colti filologhi, va detto, sì, che la forma storica, attestata nei ricettari medievali italiani e francesi è bianco mangiare, a indicare genericamente una "pietanza bianca" a base di carne o latte che variava da corte a corte.
C'è poi la forma moderna e più usata nelle ricette della pasticceria di Sardegna e di Sicilia, biancomangiare, nome proprio come cassata o cannolo. Da cuoca sentimentale lo preferisco: suona più da "cose di famiglia" che da "centine da biblioteca".
Il biancomangiare non è però un semplice dolce, è rinascita: sotto l'abitino da educanda, nasconde la carezza materna del latte (io preferisco usare il latte di mandorla e aggiungo la panna) e una voluttà zuccherina.
È il dessert che ti guarda con aria virginale e poi ti sussurra all’orecchio come una geisha d’altri tempi. Non ha bisogno di colori né di decorazioni appariscenti: il suo bianco assoluto è più sensuale di qualsiasi glassa. Ma io non resisto e macchio comunque il candore con i frutti rossi.
Pur essendo morbido, ha carattere: ti riempie la bocca, ti lascia memoria, diventa ricordo di infanzia e di peccato nello stesso cucchiaio.
È l’esempio perfetto di ciò che un amante dovrebbe essere: delicato all’apparenza, ma deciso al palato. Da giocarsi per la Pasqua che sta per arrivare.